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La Commissione europea lavora a una proposta di ERA Act che, nelle intenzioni della Commissaria alla ricerca Zaharieva, sarà ambiziosa ma realistica.

Dal 2000 l’European Research Area è rimasto uno strumento basato su iniziative volontarie, incapace di garantire piena mobilità e integrazione. Con la nuova legge, attesa per il 2026, si punta a introdurre obblighi giuridici vincolanti per i Paesi membri. In particolare, la futura norma prevede tre assi principali:

  • investimenti: incentivi per raggiungere almeno il 3% del PIL in R&S, con ipotesi di soglie ancora più elevate per garantire competitività;
  • allineamento dei finanziamenti: maggiore coerenza tra programmi nazionali ed europei, con focus su settori strategici come digitale, intelligenza artificiale, tecnologie verdi, scienze della vita e robotica;
  • mobilità e condizioni di lavoro: sostegno alla libera circolazione dei ricercatori, riconoscimento rapido delle qualifiche, portabilità di pensioni e benefici, rafforzamento della formazione su proprietà intellettuale e valorizzazione della ricerca.

Le associazioni europee di università e centri di ricerca chiedono che il target del 3% di PIL in R&S diventi vincolante, con alcuni che propongono di alzarlo al 4%. Altri sottolineano la necessità di strumenti finanziari stabili, come clausole di bilancio per aumentare gli investimenti in ricerca in momenti di necessità.

Sul piano politico resta centrale il tema della realizzabilità: il testo dovrà ottenere l’approvazione degli Stati membri, molti dei quali hanno sistemi di finanziamento fragili o forti vincoli di bilancio.

La Commissione ha avviato una call for evidence, invitando ricercatori, imprese e cittadini a contribuire con osservazioni e proposte. Le opinioni raccolte serviranno a definire il contenuto finale della legge, che sarà discussa a livello europeo nel primo trimestre 2026.